Quasi il 65% delle donne che, oltre alla chemioterapia, hanno ricevuto il farmaco pembrolizumab prima dell’intervento chirurgico non ha mostrato più alcun segno di malattia. Ma sono necessari ulteriori studi.

TUMORE al seno triplo negativo: una malattia spesso aggressiva che ha un più alto tasso di recidiva rispetto ad altre forme di cancro della mammella. Ma un farmaco immunoterapico somministrato in fase neoadiuvante, cioè prima dell’intervento chirurgico, potrebbe ridurre sostanzialmente questo rischio. È quanto emerso dallo studio clinico guidato da Peter Schmid, professore di oncologia presso la Queen Mary University di Londra. I risultati sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine.

Lo studio

Si tratta dello studio internazionale KEYNOTE 522 che ha indagato l’effetto del farmaco immunoterapico pembrolizumab somministrato in aggiunta alla chemioterapia standard sia prima dell’intervento, per ridurre le dimensioni del tumore da asportare, sia dopo. Lo studio ha coinvolto circa 1.170 donne di 21 paesi con diagnosi di tumore al seno triplo negativo di stadio II o III con la malattia non ancora diffusa oltre il seno e i linfonodi ascellari. Per sei mesi prima dell’intervento, due terzi delle pazienti hanno ricevuto chemioterapia più immunoterapia e un terzo ha ricevuto la chemioterapia più un placebo. Dopo l’intervento chirurgico, le donne hanno continuato a ricevere o solo l’immunoterapia o il placebo. Risultato? Quasi il 65% delle donne che ha ricevuto la combinazione in fase neoadiuvante non ha mostrato alcun segno di tumore all’intervento, rispetto a poco più del 51% delle pazienti sottoposte alla sola chemioterapia.

Il tumore scompare prima dell’intervento

“Abbiamo osservato un aumento di quasi il 14% del numero di donne senza cancro, che è un enorme passo avanti”, ha affermato Peter Schmid. “Chi non presenta tumore all’intervento ha molte meno probabilità di riammalarsi, e questo sarebbe il primo trattamento mirato rivolto a tutte le donne con tumore triplo negativo in fase iniziale”. Sebbene nessuna delle donne coinvolte nello studio presentasse tumori secondari, in alcune il tumore era esteso anche ai linfonodi. In questi casi il rischio di recidiva è più elevato, ma anche per queste pazienti l’immunoterapia ha dato risultati positivi: quasi il 65% ha mostrato una risposta patologica completa (quindi nessun segno della malattia) dopo il trattamento rispetto al 44% di coloro che avevano ricevuto solo chemioterapia. Dunque, un aumento di quasi il 20%.

Il rischio di recidiva

Questo tipo di tumore – che rappresenta circa il 15-20% dei tumori del seno – non esprime i recettori per le classi di farmaci oggi disponibili (cioè terapia anti-ormonale e anti HER 2) e per questo il trattamento si basa principalmente sulla chemioterapia. Precedenti studi dimostrano che le donne il cui tumore scompare completamente dopo la chemioterapia, e quindi prima dell’intervento chirurgico, hanno una probabilità superiore al 90% di guarire. Coloro che al momento dell’intervento mostrano, invece, ancora un residuo di malattia hanno una probabilità del 40-50% che il tumore si ripresenti (di solito entro i tre anni) nonostante venga completamente rimosso durante l’intervento.

Risultati positivi, ma non definitivi

I risultati dello studio sono sicuramente positivi, ma nella maggior parte dei casi è passato solo poco più di un anno dall’intervento chirurgico e in realtà, per confermare i dati, sono necessari almeno cinque anni di osservazione. “I risultati che abbiamo ottenuto finora – spiega, infatti, Schmid – suggeriscono che la combinazione di immunoterapia e chemioterapia potrebbe prevenire circa un terzo delle recidive, ma è ancora troppo presto per dire che abbiamo un risultato definitivo”. Nonostante questo, Schmid ritiene che i dati siano sufficienti per far sì che il farmaco venga approvato per poter essere utilizzato nelle donne con questo tipo di tumore. I risultati dello studio Keynote 522 erano già stati presentati a settembre 2019 ein occasione del congresso ESMO (European Society for Medical Oncology), e a dicembre 2019, durante il San Antonio Breast Cancer Symposium, i ricercatori avevano illustrato ulteriori dati relativi alle pazienti che mostravano coinvolgimento dei linfonodi.

Un ulteriore studio conferma l’efficacia di pembrolizumab

C’è anche un altro studio, sebbene di fase II, che ha mostrato i benefici di pembrolizumab nel trattamento neoadiuvante. Si tratta dello studio I-SPY 2 i cui risultati sono stati pubblicati su Jama Oncology: i tassi di risposta patologica completa risultano più che raddoppiati quando il farmaco è aggiunto alla chemioterapia non solo nel caso del tumore al seno triplo negativo ma anche nel caso del tumore al seno positivo ai recettori ormonali e Her2 negativo in fase iniziale. Lo studio ha preso in considerazione 250 donne: 181 hanno ricevuto la chemioterapia standard e 69 (40 con tumore positivo ai recettori ormonali e 29 con tumore triplo negativo) hanno, invece, ricevuto anche pembrolizumab. Risultato? L’immunoterapia ha dato risposte positive in tutti i casi: i tassi di risposta patologica completa stimati sono stati 44% rispetto a 17% nel caso di tumore Her2 negativo, 30% vs 13% nel caso di tumore positivo ai recettori ormonali e 60% vs 22% nel caso di tumore triplo negativo.

di MARIA TERESA BRADASCIO

FONTE ARTICOLO: https://www.repubblica.it/dossier/salute/saluteseno/2020/02/27/news/tumore_al_seno_triplo_negativo_l_immunoterapia_sembra_ridurre_il_rischio_di_recidiva-249726984/