Rispetto a qualche decennio fa, la scienza ha fatto passi avanti molto importanti contro il tumore della mammella. Le statistiche dicono che l’87% delle pazienti in Italia è vivo a 5 anni dalla diagnosi, percentuale che supera il 90% quando la malattia è scoperta negli stadi iniziali.

Quindi il primo messaggio è chiaro: fare attenzione ai segnali che il corpo invia, praticando regolarmente l’autopalpazione, e sottoporsi agli screening con la mammografia nelle fasce d’età indicate significa poter giungere a una diagnosi precoce e quindi poter sfruttare al meglio le contromisure della scienza, dalla chirurgia alla  chemioterapia, passando per la radioterapia.

Tuttavia, ancora oggi, cono molte le donne che scoprono il tumore quando ha già dato metastasi (succede in circa il 10 per cento delle diagnosi) oppure hanno costantemente bisogno di nuove terapie per tenere sotto controllo la malattia perché questa tende a ripresentarsi.

Proprio per queste pazienti, in ogni caso, la ricerca sta mettendo a punto soluzioni sempre più specifiche ed efficaci: specifiche perché oggi non si può più parlare di un unico tumore, ma di tante forme cui si deve rispondere con trattamenti mirati caso per caso, efficaci perché arrivano segnalazioni di efficacia dei trattamenti anche quando le speranze sono al lumicino. Dal congresso “Back from Sanantonio” tenutosi a Genova ecco le principali novità sul tema, “riportate” in Italia dal principale appuntamento scientifico sulla malattia.

Non tutti i tumori sono uguali

Per individuare l’approccio terapeutico è fondamentale l’identificazione del cosiddetto sottotipo tumorale. Il tumore al seno può presentarsi in forme diverse, che si differenziano in base alle caratteristiche molecolari, come la presenza di recettori degli ormoni estrogeno (ER-positivi) e progesterone (PR-positivi) e l’eccesso di copie di un gene denominato HER2. Queste caratteristiche si riconoscono con la biopsia.

Occhi puntati sulle forme più gravi

Per il tumore in fase avanzata, un tempo, erano disponibili poche opzioni, oggi grazie alla ricerca non è più così – spiega Lucia Del Mastro, Responsabile della Breast Unit dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova.

Il carcinoma mammario metastatico infatti è una malattia che, in molti casi, è possibile mantenere sotto controllo per periodi molto lunghi, risultati impensabili solo un decennio fa. Oggi abbiamo diverse armi a disposizione, dalla chemioterapia all’ormonoterapia alle molecole a bersaglio molecolare fino all’immunoterapia, applicabile peraltro solo in pochi casi”.

Per capire quanto è cambiata la situazione basti pensare ai tumori HER-2 positivi. In queste forme  tumore della mammella (15-20% del totale) una proteina, HER2, è presente in quantità eccessiva, causando così una crescita rapida e incontrollata delle cellule malate.

Dal punto di vista biologico, è una delle forme più aggressive e, in passato, non essendoci armi disponibili, queste pazienti presentavano la prognosi peggiore. Oggi invece, grazie a terapie mirate che bloccano il recettore HER2, è cambiato radicalmente il decorso clinico. La sopravvivenza mediana globale della malattia metastatica in Italia (per le donne trattate dal 2004 al 2012) supera già i 4 anni.

Obiettivo, metastasi cerebrali

Nelle forme HER2 positive, peraltro, si rilevano importanti progressi. “È stato pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica New England Journal of Medicine, lo studio su una nuova molecola, tucatinib, inibitore orale di HER2, ha dimostrato particolare efficacia nelle pazienti con metastasi cerebrali, presenti in circa il 50% dei casi di malattia metastatica” – precisa Carmine De Angelis, ricercatore dell’Università di Napoli Federico II e Professore del Baylor College of Medicine di Houston.

“Sono state coinvolte oltre 600 donne, che avevano già ricevuto in precedenza in media tre trattamenti. La sperimentazione ha confrontato la terapia standard (capecitabina e trastuzumab) rispetto a quest’ultima associata a tucatinib. Sono stati significativi i miglioramenti sia della sopravvivenza libera da progressione che della sopravvivenza globale. A 2 anni dall’ingresso nello studio, il 45% delle pazienti trattate con tucatinib era vivo rispetto al 27% con la terapia standard. La molecola potrebbe trovare applicazione nella pratica clinica in particolare nella prevenzione delle metastasi cerebrali. A un anno, infatti, il controllo di malattia a livello cerebrale è stato osservato nel 25% dei casi trattati con tucatinib rispetto allo 0% dei casi trattati senza tucatinib con la terapia standard”.

La terapia per chi ha giù subito tanti trattamenti

C’è un altro studio pubblicato sul New England Journal of Medicine e riguarda trastuzumab deruxtecan, un nuovo anticorpo coniugato, cioè una molecola che nasce dall’unione di un anticorpo monoclonale (trastuzumab) con la chemioterapia (deruxtecan).

“Si tratta di una terapia molto potente, che è in grado di inviare 8 molecole di chemioterapico per ogni anticorpo, agendo non solo sulla cellula tumorale che costituisce il bersaglio ma anche su quelle vicine” – sottolinea la Del Mastro.

“Lo studio ha coinvolto 184 persone, che avevano già ricevuto in precedenza in media sei trattamenti (da 2 fino a 27). Il farmaco ha evidenziato risposte obiettive in più del 60% dei casi, con una conseguente riduzione del tumore. Si tratta di un risultato clinico mai osservato in un sottogruppo di pazienti così pesantemente pretrattato, che ha esaurito tutte le terapie standard. Nel 97,3% dei casi la malattia non è progredita (controllo di malattia), con una sopravvivenza mediana libera da progressione di 16 mesi”.

“Il farmaco, che è ben tollerato anche in donne resistenti ai precedenti trattamenti è in sperimentazione in studi di fase III e va approfondito il suo potenziale impiego anche in coloro che presentano una bassa espressione della proteina HER2 e in cui, ad oggi, non vi è indicazione a ricevere un trattamento mirato contro la proteina”.

FONTE ARTICOLO:

https://dilei.it/salute/tumore-al-seno-i-nuovi-farmaci-in-arrivo/674281/